C.G. Jung's Analytical Psychology between Italy and China - Dr. Marta Tibaldi Professional Profile and Publications

lunedì 10 febbraio 2014

Superstizione o pensiero correlativo?

(foto di Marta Tibaldi)


Marta Tibaldi

Superstizione o pensiero correlativo?


In un articolo recentemente apparso su La Repubblica, Giampaolo Visetti titola Cina. Indovini, maghi e chiromanti. Pechino vieta pure la scaramanzia. L’articolo si riferisce alla “dichiarazione di guerra” del presidente cinese Xi Jinping “agli indovini di strada, anche riveriti maestri del Feng Shui, le sale dei chiromanti, gli editori specializzati in manuali profetici, i botti anti-demoni della festa di primavera e perfino i costruttori più sensibili ai numeri del malaugurio, rei di saltare i piani aborriti dai clienti. “Ciarlatani” ha tuonato Xi Jinping, e Pechino ha ri-annusato quel certo profumo della repressione maoista” (La Repubblica, 5 febbraio 2014, p. 31)

Non è la prima volta che, leggendo articoli italiani sulla Cina, noto quanto il nostro modo di osservare e di descrivere una realtà così diversa come quella cinese rischi di essere (inconsapevolmente?) fuorviante. Tendiamo a misurare e a raccontare gli usi e i costumi cinesi - anche il loro procedere per discontinuità storiche – in modo etnocentrico e con il rischio di attribuire significati culturalmente inesatti.

Tornando all’articolo di Visetti, la domanda potrebbe essere questa: le pratiche cinesi sono superstizione? Quando i cinesi non si tagliano i capelli nel primo mese dopo il nuovo anno lunare per non buttare via la buona sorte, o quando evitano il numero quattro perché il carattere con cui è scritto questo numero è uguale a quello della morte, seppure con un accento diverso, o quando i cinesi scacciano gli spiriti maligni con i fuochi d’artificio, il loro comportamento è davvero superstizione? E’ corretto usare la parola “superstizione” per definire le pratiche del popolo cinese e il pensiero che le sussume?

Il vocabolario italiano definisce superstizione “una credenza determinata dall’ignoranza e dalla suggestione per cui si tende ad attribuire a cause occulte o soprannaturali avvenimenti che possono essere spiegati con cause naturali”: possiamo davvero considerare le pratiche cinesi espressione di ignoranza e di superstizione? O piuttosto potremmo considerarle espressione di un pensiero che “ definisce ogni fenomeno, ogni punto nello spazio, in relazione a sistemi di riferimento” ?(A. Andreini, M. Scaparro, Il daoismo. L’espressione più autentica del sentimento religioso cinese, Il Mulino, Bologna 2007, p. 30)

Una prima riflessione apparentemente banale è questa: il pensiero cinese è diverso da quello occidentale. Mentre il nostro è un pensiero logico-lineare e subordinativo , quello cinese è “correlativo” (cfr. M. Granet, H. Wilhelm, W. Eberhard, S. Jablonsky). E’ un pensiero che “mette insieme”, domini diversi tra loro e in continua interazione reciproca come il mondo umano e il cosmo, le pratiche rituali e l’ordine dell’universo. In questo senso il pensiero cinese ha sempre due facce, una visibile e una invisibile. Le pratiche culturali cinesi rimandano a un altro ordine di significato, anche se inconsapevole, e attraverso di esso trovano la propria spiegazione. Quando l’aspetto visibile è privato del suo rimando invisibile, il primo può essere erroneamente letto come superstizione.

In Occidente il modo di pensare cinese può essere paragonato al pensiero simbolico teorizzato da Carl Gustav Jung (1875-1961). Per Jung “il simbolo […] presuppone sempre che l’espressione scelta sia la migliore indicazione o formulazione possibile di un dato di fatto relativamente sconosciuto, ma la cui esistenza è riconosciuta o considerata necessaria” (C.G. Jung, Opere, vol. 6, pp. 483-484). Il pensiero simbolico è dunque un pensiero consapevole delle due facce che lo sostanziano e sta a indicare che esso significa più di quanto non dica. Secondo Jung il simbolo è una sfida perpetua ai nostri pensieri e ai nostri sentimenti e questo spiega perché il lavoro simbolico faccia così tanta presa su di noi e sia così stimolante.

La pratica analitica junghiana è un grande esercizio simbolico per riuscire a “guardare [ e a vedere] in trasparenza” (J. Hillman) ciò che è invisibile, ovvero inconscio. Il simbolo, come la sua stessa etimologia suggerisce (dal tema del verbo symbàllo, metto insieme, conchiudo, composto da syn, con, insieme e bàllo, getto e in composizione pongo, metto), unisce domini diversi e attraverso la propria doppia natura rende visibile la realtà psichica inconscia, che sempre e comunque sottende il pensiero conscio.

 La somiglianza tra il modo di pensare correlativo dei cinesi e il pensiero simbolico junghiano colpisce gli analisti del profondo che lavorano con pazienti o studenti dell’Est asiatico. La rete di connessioni e di significati simbolici si intreccia costantemente in ciò che i Cinesi fanno e sono, rimandando l’uno all’altro all’interno di un ricchissimo universo correlativo. Possiamo non condividere questo modo di pensare, ma certamente non possiamo banalizzare una cultura millenaria così piena di rimandi simbolici etichettandola con definizioni improprie.
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